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L’interrogatorio nelle indagini preliminari: dalla forma classica alle tecniche psico-criminologiche
L’interrogatorio dei soggetti coinvolti in un evento delittuoso costituisce un importante punto di partenza da cui il procedimento giudiziario, precisamente la fase delle indagini preliminari, deve evolversi. Gli investigatori che conducono le domande (Pubblico Ministero oppure, su mandato di quest’ultimo, polizia giudiziaria) mirano a raccogliere le informazioni, il più possibile attendibili e accurate, da parte della vittima se sopravvissuta e dei testimoni presenti durante il fatto. Ulteriore obiettivo, ma non secondario, consiste nel valutare il grado di sincerità e di colpevolezza della persona sospettata, mediante un’attenta analisi delle componenti verbali e non verbali che fornisce in risposta ai quesiti. Naturalmente, doveroso è precisare che le accuse e le testimonianze così ottenute dovranno sempre essere supportate da successive, approfondite indagini e da prove concrete. Al fine di realizzare correttamente un interrogatorio, inoltre, gli inquirenti possono richiedere l’aiuto di periti esperti, quali psicologi e criminologi. Figura professionale che diviene una presenza fondamentale se l’esame è rivolto ad un indagato o ad una vittima minorenne. Nella presente sede, l’attenzione sarà indirizzata principalmente alle tecniche e alle modalità investigative che le Autorità possono attuare nei confronti del presunto colpevole. Occorre, innanzitutto, distinguere tra interrogatorio standard e metodologie a stadi. Il primo rappresenta la regola basica utilizzata dalla polizia per comprendere come si è verificato qualsiasi tipo di reato e prevede una ricostruzione libera del fatto ad opera del soggetto interrogato, seguita da alcune domande specifiche. Tale sistema appare più rapido e diretto, quindi pone in secondo piano l’aspetto relazionale; è solitamente impiegato nei casi di atti illeciti meno gravi quali, ad esempio, furto e rapina non armata. Le tecniche a fasi, denominate Interviste (Cavedon, Calzolari, 2005), al contrario richiedono alla base un profondo addestramento teorico e pratico oltre che un maggior tempo di conduzione; vengono, infatti, realizzate da operatori giudiziari (P.M., Giudice,…) accanto a psicologi specializzati nell’ambito forense/investigativo. Ricorrenti nei crimini cause di conseguenze psicologiche traumatiche (ad esempio, rapina a mano armata, aggressione fisica, violenza sessuale, omicidio), si basano sul principio secondo il quale, gli elementi fondamentali per giungere ad una ricostruzione attendibile della vicenda sono un’empatia sviluppata del perito, un preciso ordine di somministrazione delle domande e l’abilità a porle senza introdurre alcuna suggestione (che l’interrogante spesso compie non intenzionalmente). Come sottolinea Miconi (2009), infatti, colui che guida un interrogatorio può, inconsapevolmente, assumere determinati comportamenti non verbali o suggerire informazioni nei quesiti posti che, se non controllati e ridotti al minimo, rischiano di influenzare il soggetto e indurlo a riferire particolari distorti o probabilmente inesistenti. L’autore aggiunge, inoltre, che per condurre un colloquio giudiziario, non bastano l’intuito e l’esperienza, oltre a queste potenzialità, comunque importanti, è necessario apprendere ad utilizzare alcune tecniche. Soffermandoci su quest’ultime, le più conosciute risultano: l’Intervista Cognitiva elaborata soprattutto per interrogati adulti e la Step-Wise Interview adatta a soggetti minori anche molto giovani. Procedure applicabili nei confronti dell’indagato, per contestazione delle accuse, difesa, ottenere confessioni, scoprire contraddizioni o approfondire le informazioni ottenute. In dettaglio, la caratteristica fondamentale che rende queste tecniche investigative molto efficaci è la presenza di tappe e di strategie di recupero guidato; ma non solo, anche il genere di quesiti (in maggioranza aperti) contribuisce a ottenere un resoconto accurato del reato, privo di ambiguità e incertezze. L’Intervista Cognitiva, ideata da Geiselman e Fisher all’inizio degli anni ottanta, si suddivide in cinque fasi che vanno dal momento primario di instaurare un rapporto fondato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sulla comunicazione ottimale, al racconto libero, spontaneo da parte dell’intervistato, ad una serie di domande (tra le quali, devono essere ridotte al minimo quelle chiuse e a scelta multipla: le più suggestive), al secondo racconto di ricapitolazione ed, infine, alla chiusura dell’interrogatorio e della relazione. La particolarità che qui troviamo, consiste nel fatto che il perito guida la deposizione del soggetto mediante varie strategie cognitive: le più frequenti sono, ad esempio, la ricostruzione del contesto e delle emozioni vissute nel momento criminoso e la rievocazione dell’evento in ordine diverso, aventi lo scopo di comprendere se la confessione dell’imputato è veritiera (per cui, egli sarà in grado di riportare lo stesso fatto da più prospettive mantenendosi costantemente coerente, oltre che di riferire numerosi elementi contestuali ed emotivi) o pecca in contraddizioni (Cavedon, Calzolari, 2005). La tecnica, introdotta dal Ministero di Grazia e Giustizia della Gran Bretagna nel 1992 ed oggi notevolmente diffusa tra le pratiche giudiziarie e psicologiche minorili all’interno del nostro Paese, è la Step-Wise Interview. Avviata come mezzo per interrogare bambini vittime di abuso sessuale, è stata poi adottata anche per indagare minorenni sospetti autori di delitti. Quest’ultima procedura include dieci fasi audio e video registrate, condotte da un giudice con la collaborazione di uno psicologo competente nella disciplina: profonda importanza è attribuita (qui maggiormente, data la fascia d’età) all’atteggiamento accogliente e comprensivo dei periti e alla formulazione delle domande, nelle quali l’interrogante non deve rischiare di anticipare informazioni attese nelle risposte che potrebbero manipolare il minore già, peraltro, vulnerabile e probabilmente traumatizzato. Una prima parte della Step-Wise Interview, inoltre, è dedicata alla preparazione del giovane imputato all’interrogatorio sia dal punto di vista mentale sia da quello linguistico, mediante esercizi o giochi correlati all’età; si prosegue poi con l’introduzione graduale dell’argomento e le domande, ricorrendo, se necessario, a specifici test di valutazione. Oltre alle tecniche sopra illustrate, sono diffusi altri metodi di investigazione a cui gli inquirenti possono ricorrere a seconda del caso in esame. Per citarne solo alcuni, l’Intervista Contestualizzata attuata frequentemente in anni più recenti, la quale si realizza direttamente sul luogo del delitto; l’Intervista Biografica o Narrativa, impiegata per interrogare i familiari di individui scomparsi o deceduti in circostanze misteriose allo scopo di ricostruire il loro contesto sociale e individuare dei possibili sospetti. Tutte queste metodologie più sofisticate risultano, quindi, efficienti per ottenere una testimonianza attendibile e accurata; peraltro, le domande poco suggestive e le modalità di recupero su cui si fondano, consentono all’investigatore addestrato di scoprire se dietro alle risposte del soggetto, può celarsi un tentativo di depistare le indagini. Tale conclusione è supportata da numerose ricerche condotte tra gli anni ’80 e ’90 del 1900, nel corso delle quali, applicando le procedure sopra citate, si è ottenuto un valore di accuratezza delle informazioni del 90% con un rischio di manipolazione inconsapevole scarso o nullo. In un esperimento che aveva come oggetto la deposizione di adulti e minori coinvolti in una rapina, Gudjonsson (1984) ha dimostrato come domande chiuse e a scelta multipla, ad esempio “Di che colore era la borsa della donna, marrone o nera?”, possono confondere l’interrogato e indurlo a indicare una delle due opzioni anche quando la borsa era di un altro colore. Alla stessa conclusione è giunta, in seguito, Loftus (1993) in uno studio molto noto: l’autrice ha suggerito come il minore può facilmente riportare fatti o particolari non realmente presenti nella situazione delittuosa, se intervistato mediante domande specifiche (cit. in Mazzoni, 2003). Da tali approfondimenti, quindi, si evince l’importanza di un interrogatorio che privilegia l’ambiente accogliente, il racconto libero e l’intervista aperta. Attualmente, poliziotti, operatori giudiziari e psicologici si stanno muovendo, sempre più, in una direzione coerente con le nuove scoperte, seguendo training di apprendimento e realizzando una collaborazione reciproca.

Autore: Dott.ssa MONICA CHIOVINI
*Riproduzione Riservata*


Bibliografia
CAVEDON Adele, CALZOLARI M.Grazia, Come si esamina un testimone. L’intervista cognitiva e l’intervista strutturata, Giuffrè Editore, Milano 2005.
GULOTTA Guglielmo, CUTICA Ilaria, Guida alla perizia in tema di abuso sessuale e alla sua critica, Giuffrè Editore, Milano 2009.
GULOTTA Guglielmo, Breviario di psicologia investigativa, Giuffrè editore, Milano 2008. GULOTTA Guglielmo, Trattato di psicologia giudiziaria nel sistema penale, Giuffrè Editore, Milano 1987.
GULOTTA Guglielmo, Compendio di psicologia giuridico-forense, criminale e investigativo, Giuffrè editore, Milano 2011. MAZZONI Giuliana, Si può credere a un testimone?, il Mulino, Bologna 2003.
MICONI Alessandro, La testimonianza nel procedimento penale. Profili giuridici, psicologici e operativi, G. Giappichelli Editore, Torino 2009.

 
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